Da dove viene la parola "safari" e che cosa significa? In che cosa i safari del passato differiscono dai viaggi naturalistici di oggi in Africa? E dove andare per viverli al meglio? Una guida a questo modo di viaggiare nella natura, scritta da appassionati ed esperti di safari.
Safari significa…
Quando sentiamo la parola "safari", immaginiamo un gruppo di viaggiatori che attraversa una savana africana alla ricerca di grandi animali selvatici: leoni, rinoceronti, bufali ed elefanti. Nelle immagini storiche compaiono spesso uomini con casco coloniale e fucile in mano; nelle fotografie contemporanee, invece, persone a bordo di fuoristrada, con lunghi teleobiettivi. È una caccia agli animali: caccia in senso letterale, oppure osservazione e caccia fotografica, negli spazi immensi del continente più caldo. Gli appassionati di moda possono pensare anche agli abiti color beige dal taglio essenziale, alla cintura alta e obbligata, al cappello a tesa larga: un’eredità dell’uniforme militare britannica nelle colonie africane dell’Impero. Sono queste le prime associazioni che nascono intorno alla parola "safari", bella e sonora, quasi potesse essere un nome proprio arabo.
Un safari moderno è un viaggio di osservazione in un parco nazionale africano, con l’obiettivo principale di incontrare la fauna selvatica. In passato, invece, i safari venivano organizzati per cacciare i grandi animali. I Big Five canonici d’Africa – elefante, leone, rinoceronte, bufalo africano e leopardo – sono legati proprio alle tradizioni venatorie del continente: per i cacciatori questi 5 mammiferi erano considerati i più pericolosi e difficili da seguire, e le loro parti anatomiche i trofei più ambiti.
Oggi la caccia durante un safari è in genere Tuttavia, è ancora consentita in un numero molto limitato di riserve. Si tratta di un passatempo estremamente costoso e regolato da norme severe. La grande maggioranza dei safari attuali consiste quindi in uscite a bordo di veicoli fuoristrada, lungo itinerari stabiliti dai parchi nazionali: qui si incontrano animali selvatici, li si osserva da vicino o con il binocolo, li si fotografa e se ne segue il comportamento nel loro ambiente naturale.
La parola "safari" viene dallo swahili, la principale lingua dei popoli dell’Africa orientale. Significa "viaggio" e risale all’arabo “safar”, con lo stesso significato. Nei Paesi di lingua swahili il termine indica qualsiasi viaggio. Esiste persino un’espressione molto comune, safari njema!: un augurio di buon viaggio, sereno e piacevole.
Come è diventato popolare il safari?
L’Oxford Dictionary definisce “safari” come “un viaggio per osservare o cacciare animali selvatici, soprattutto nell’Africa orientale o meridionale”. In Occidente la parola fu resa popolare dall’esploratore britannico Richard Francis Burton, che nel XIX secolo percorse l’Africa orientale insieme a John Henning Speke e si dedicò con grande interesse allo studio delle lingue e delle usanze dei popoli incontrati. Poco a poco “safari” entrò in altre lingue e iniziò a indicare i viaggi nelle terre selvagge dell’Africa orientale.
Richard Burton, del resto, non divenne famoso solo come linguista ed etnografo: tradusse in inglese l’antico Kamasutra indiano e i racconti arabi e persiani delle Mille e una notte. Fu inoltre uno dei rari pellegrini non musulmani a raggiungere La Mecca, travestendosi da sceicco o da derviscio per compiere quei pellegrinaggi in segreto. Burton è ricordato anche come il primo europeo a scoprire il grande lago africano Tanganica, che lo colpì profondamente per la sua bellezza.
Uno dei più noti safari africani della storia fu la lunga spedizione intrapresa dal 26° presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt. Nel 1909 con il figlio e un ampio seguito, per quasi 1 anno, subito dopo la fine del suo mandato presidenziale. Le fotografie di Roosevelt a caccia furono pubblicate sui giornali e, al suo rientro, venne proiettato un documentario sul viaggio. Esiste anche un resoconto, African Game Trails, scritto dallo stesso Roosevelt. Oggi colpisce l’elenco degli animali uccisi durante quel safari, riportato nel libro con meticolosa precisione. La spedizione, però, era stata organizzata dallo Smithsonian Institution e presentata come animata da finalità scientifiche.
La spedizione riportò dall’Africa oltre 23.000 esemplari di piante e animali. Le cronache registrano 512 grandi animali abbattuti personalmente dal presidente e dal figlio, e circa 11.400 animali uccisi o catturati in totale. All’Istituto occorsero 8 anni per catalogare tutti gli esemplari, che sarebbero poi diventati una delle basi dell’attuale National Museum of Natural History di Washington. Qui sta la contraddizione della figura di Theodore Roosevelt: la passione per la caccia conviveva con il desiderio di sostenere le istanze dei conservazionisti e degli scienziati. Fu lui a fondare lo U.S. Forest Service; fu anche il primo presidente a istituire parchi nazionali e numerose aree protette negli Stati Uniti.
Documentario «Roosevelt in Africa». Girato nel 1909. Archivi della Library of Congress
Il safari come fenomeno culturale popolare fu influenzato in modo decisivo dal giornalista e scrittore americano Ernest Hemingway. Negli anni Trenta viaggiò in Kenya e in Tanganica, come veniva allora chiamato il territorio continentale dell’attuale Tanzania. È noto che Hemingway rimase impressionato dalla natura grandiosa dell’Africa e dal magnifico Kilimangiaro. La caccia era una delle sue passioni: cacciò a lungo nel Serengeti, nei dintorni del lago Manyara e nell’area dell’attuale Parco Nazionale del Tarangire. Il suo amore per la natura e per la caccia influenzò Patrick, il figlio dello scrittore, che viaggiava con i genitori fin da bambino. Patrick Hemingway si trasferì poi in Tanzania, dove visse per 25 anni; lavorò anche in Uganda e in Kenya e arrivò ad avviare una propria attività legata ai safari.
Le opere “africane” più note di Ernest Hemingway sono il racconto «Le nevi del Kilimangiaro», e il testo «Verdi colline d’Africa», che è in sostanza un resoconto autobiografico dei safari compiuti con la famiglia. Altri suoi scritti sull’Africa furono raccolti nel libro «Vero all’alba» e pubblicati dopo la morte dello scrittore da Patrick Hemingway.
I romanzi d’avventura dedicati al tema del safari iniziarono a comparire già nel XIX secolo. Si può ricordare il primo romanzo di Jules Verne, «Cinque settimane in pallone», dedicato a un viaggio aereo sopra l’Africa. Vengono in mente anche il celebre «Le miniere di re Salomone» di Henry Haggard, sulle avventure in Sudafrica, o «Il giro del mondo di un giovane parigino» di Louis Boussenard.
Un altro genere letterario che ha conservato molte delle prime storie di safari è quello dei diari d’avventura. Tra questi si può citare «Adventures in Africa by an African Trader» di William Kingston: secondo quanto riportato, le annotazioni sarebbero state scritte da un vero mercante d’avorio, rimasto però non identificato, e Kingston le avrebbe usate per comporre il libro. Un’altra opera significativa dello stesso genere è «Trader Horn: A Young Man’s Astounding Adventures in 19th Century Equatorial Africa», scritta da un altro mercante d’avorio, Alfred Horne. All’epoca molte regioni africane erano ancora sconosciute agli europei, e libri come questi alimentarono l’interesse del pubblico per l’esplorazione del continente africano, con la sua straordinaria diversità geografica, culturale e biologica.
L’età del cinema iniziò nei primi anni del XX secolo, e numerosi film d’avventura ambientati in Africa – per lo più in Africa orientale o centrale – contribuirono a far crescere l’interesse per il safari. Il già citato «Trader Horn» fu adattato per il grande schermo nel 1931, sebbene arricchito da molti episodi di fantasia. A metà del XX secolo era molto popolare il tema dell’avventura nella giungla e, accanto a scenari come le foreste del Sud-est asiatico e dell’Amazzonia, sullo schermo apparivano anche le vaste distese africane. Più tardi, nel 1985, il film «La mia Africa», con Robert Redford e Meryl Streep, ebbe un ruolo importante nel riportare di moda lo stile safari nell’abbigliamento e nell’interior design. Ispirato al libro autobiografico di Karen Blixen, che visse per molti anni in Kenya, vinse tra gli altri riconoscimenti 7 premi Oscar e 3 Golden Globe.
L’interesse crescente per il safari moderno fu alimentato ulteriormente da numerosi documentari, come quelli dei canali National Geographic e Discovery, girati nei parchi nazionali dell’Africa orientale, in particolare nel Serengeti. Le immagini di persone che attraversano la savana su auto aperte, osservando diversi animali selvatici nei loro habitat naturali e fotografandoli, hanno spinto molti viaggiatori a immaginare il proprio viaggio nelle grandi riserve naturali dell’Africa orientale. Molti scoprono poi, con piacevole sorpresa, che oltre al fuoristrada esistono numerosi altri modi per visitare gli ambienti naturali africani.
Quali tipi di safari esistono?
Il safari classico nell’Africa orientale di oggi è un viaggio in fuoristrada con autista-guida attraverso l’ampiezza di un parco nazionale, dove gli animali selvatici vivono nei loro habitat naturali. Nei boschi e nelle savane si muovono branchi di elefanti, bufali, zebre e diverse specie di antilopi, insieme a giraffe solitarie o riunite in piccoli gruppi. Sugli alberi compaiono spesso scimmie e uccelli, mentre i facoceri cercano l’ombra dei cespugli. I grandi erbivori sono preda dei branchi di leoni e di carnivori solitari come leopardi e ghepardi. Sciacalli e iene scelgono vittime più piccole. Ippopotami e coccodrilli si riparano dal caldo nei fiumi. Chi parte per un safari ha la rara possibilità di osservare ambienti spettacolari, attraversati da una vita continua.
Quali sono i vantaggi di attraversare un parco nazionale in auto? In appena 2-3 ore si possono osservare molti animali di specie diverse. Inoltre, quando i ranger individuano una scena interessante – ad esempio un grande branco di leoni o un rinoceronte – la comunicano via radio all’autista del veicolo safari, così da raggiungere rapidamente il punto e osservare gli animali. L’uscita in fuoristrada è il formato di safari più diffuso, ma non l’unico.
In alcuni parchi, dove le condizioni di sicurezza lo permettono, si può partire per un safari a piedi. Di solito viene organizzato in aree dove gli attacchi da parte di grandi animali sono improbabili e non pascolano grandi mandrie. Per maggiore sicurezza, i visitatori sono accompagnati da un ranger armato. Le camminate safari permettono di avvicinarsi il più possibile all’ambiente naturale del parco, osservare la flora locale e conoscere la natura attraverso un contatto diretto.
Uno dei modi più suggestivi e insoliti per fare safari in Africa è sorvolare la savana in mongolfiera. Per chi visita un parco nazionale è un momento di forte emozione. Dalla cesta della mongolfiera lo sguardo abbraccia la vastità dei paesaggi sottostanti e ritrova quel senso di esplorazione raccontato dai romanzi e dai diari di viaggio dell’epoca preindustriale. Il safari aereo moderno è una forma premium di viaggio, più costosa dei tour classici in auto, ma regala prospettive sorprendenti e una visione dall’alto rara. Il volo in mongolfiera viene spesso aggiunto come momento speciale a un normale safari in 4x4.
Un altro modo affascinante per osservare la natura dell’Africa da un’angolazione diversa è viaggiare in barca sulla superficie di laghi e fiumi, o persino sull’oceano. Navigando lungo uno dei fiumi della Tanzania, la guida racconta molte curiosità su coccodrilli e ippopotami; e naturalmente si possono osservare questi magnifici animali da breve distanza. Durante un safari marino si raggiungono diverse isole oppure si naviga nei pressi della terraferma. Tra i momenti più belli c’è l’avvicinamento ai delfini, per seguire il gioco di questi mammiferi acquatici.
Dove si può fare un safari?
Forse la destinazione più celebre per chi desidera partire per un safari è il Parco Nazionale del Serengeti, in Africa orientale. Molti considerano i paesaggi del Serengeti, ormai iconici, la culla stessa del safari. Si trova nel nord della Tanzania. La sua naturale continuazione si estende nel vicino Kenya, dove prende il nome di Riserva Nazionale Masai Mara.
Nelle vicinanze si trova un’altra area protetta famosa in tutto il mondo: l’Area di Conservazione del Ngorongoro. Custodisce la più grande caldera antica del mondo, un luogo davvero raro e mozzafiato. Il celebre zoologo Bernard Grzimek, nel suo libro «Serengeti Shall Not Die», la definì un enorme zoo naturale. Qui vivono i Big Five – elefante, leone, leopardo, bufalo e rinoceronte – insieme a grandi mandrie migratorie di erbivori. Le ripide pareti della caldera danno l’impressione che gli animali siano racchiusi in una sorta di recinto naturale.
Tra gli altri parchi e aree protette di rilievo si possono citare Amboseli e l’altopiano di Laikipia in Kenya, il Kruger National Park in Sudafrica, il delta dell’Okavango e il Chobe National Park in Botswana, oltre al Queen Elizabeth National Park in Uganda. Meritano una menzione anche il celebre parco nazionale dello Zambia, Mosi-Oa-Tunya, e il Victoria Falls National Park nello Zimbabwe. Questi 2 parchi nazionali non sono estesi, ma hanno un vantaggio notevole: entrambi confinano con le spettacolari Cascate Vittoria. Un altro luogo straordinario, capace di competere con le Cascate Vittoria per fama, è il celebre vulcano Kilimangiaro, la cui notorietà internazionale ha contribuito a rendere più conosciuti anche alcuni parchi nazionali della Tanzania meno famosi, come Arusha e Tarangire.
Esistono molti altri parchi nazionali importanti in diversi Paesi del continente. Da tempo il safari ha superato i confini dell’Africa orientale. Inoltre, il nome “safari” viene spesso associato a tour nei parchi nazionali dell’Asia, soprattutto in India, Nepal, Bhutan e Sri Lanka. In India, per esempio, sono popolari i parchi nazionali di Ranthambore, della foresta di Gir e di Kanha. Quest’ultimo è considerato una delle fonti d’ispirazione per «Il libro della giungla» di Rudyard Kipling, la storia del bambino Mowgli cresciuto dagli animali. Oggi, in generale, il safari è diventato un fenomeno globale: spesso indica un viaggio nella natura selvaggia in qualsiasi parte del mondo, persino in Australia.
A partire dagli anni Sessanta iniziarono a comparire in diversi Paesi i cosiddetti “safari park”. Si trattava, in sostanza, di zoo all’aperto, dove gli animali vivevano in aree relativamente ampie. I visitatori potevano entrare in questi spazi con la propria auto o persino a piedi. Questi “zoo” sperimentali nacquero prima negli Stati Uniti e poi in Giappone, dove si poteva passare in auto accanto ai leoni in movimento.
Il primo safari park compiuto fu il Longleat Safari and Adventure Park, in Inghilterra. Oggi in questo luogo molto noto si trovano struzzi, giraffe, antilopi, zebre e altri animali, non solo specie originarie dell’Africa. Nel XXI secolo esiste un numero enorme di safari park nel mondo. Le strutture migliori, come Longleat, investono spesso nella conservazione e nel recupero degli animali, ad esempio di quelli che hanno trascorso la vita nel circo, come Anne, l’elefantessa citata sopra. Naturalmente molti parchi sono molto peggiori e non potranno mai equivalere all’ambiente naturale. Gli animali vi sono tenuti in cattività e spesso isolati; alcuni adottano pratiche tipiche degli zoo a contatto diretto, considerate da molti non etiche e dannose per gli animali.
Il vero safari, senza violenza verso gli animali, si trova dove ha avuto origine: nell’Africa orientale. Qui gli animali vivono e prosperano nel loro ambiente nativo, senza che l’uomo tenti di spostarli in altri continenti o interferire con la loro vita. La Tanzania ha compiuto grandi progressi nella creazione di parchi nazionali e riserve con regole chiare per le visite alle aree protette, contribuendo così a tutelare territori di conservazione spettacolari. Questo, insieme all’eccezionale biodiversità e alla bellezza naturale del Paese, rende la Tanzania una delle migliori destinazioni per un safari, se non la migliore in tutta l’Africa.
Se si cercano su Instagram hashtag e geotag con la parola "safari" e si analizzano i dati, emergono 3 Paesi africani nella top 10: Tanzania, Sudafrica e Kenya. Il primo posto è occupato dal Victoria Falls National Park, dove l’attrazione principale sono naturalmente le spettacolari cascate. Tra le vere destinazioni safari, però, le immagini del Parco Nazionale del Serengeti sono le più “instagrammate”, con oltre 160.000 foto taggate. Nel complesso, la Tanzania appare come leader evidente quando si parla di safari dedicati alla fauna selvatica.
Lo sviluppo attivo del turismo nel Paese, l’elevato livello di sicurezza e la presenza di molte altre attività rendono un viaggio in Tanzania piacevole, sicuro e ricco di momenti memorabili. Oltre al safari, si possono conoscere le tradizioni e la cultura dei popoli locali nei loro villaggi, partecipare a escursioni verso laghi, cascate e altri luoghi di grande bellezza naturale, oppure esplorare e vivere le spiagge di Zanzibar e delle altre isole. Si possono raggiungere anche i siti di immersione al largo della costa, nell’Oceano Indiano, e osservare da vicino la vita sottomarina. E naturalmente ci sono le spedizioni al Kilimangiaro. Combinando il safari con attività diverse, è possibile costruire un itinerario molto completo restando nello stesso Paese.
Benvenuti nella culla del safari: la Tanzania, Africa orientale
Le aree protette più visitate della Tanzania si trovano nel nord del Paese, tra il lago Vittoria e il Kilimangiaro. Le abbiamo già citate: Serengeti, Ngorongoro, Tarangire, Arusha e lo stesso Parco Nazionale del Kilimangiaro, la cui principale attrazione è l’omonima vetta, la più alta d’Africa. Oltre al trekking sul Kilimangiaro, il nord della Tanzania offre altre 2 ascese interessanti: alla cima del vulcano Meru, il “fratello minore” del Kilimangiaro, e all’Ol Doinyo Lengai, considerato una montagna sacra dalle tribù locali. Nei dintorni si trovano anche il Parco Nazionale del Lago Manyara e 3 grandi laghi: Manyara, Eyasi e Natron.
Da molti anni organizziamo viaggi naturalistici in Tanzania e conosciamo a fondo i safari locali. Per questo possiamo dire con sicurezza che le straordinarie possibilità di viaggio offerte da questo Paese africano non si limitano ai parchi nazionali più famosi citati sopra. Nell’ovest della Tanzania, così come nelle regioni centrali e meridionali, si trovano parchi nazionali e riserve che meritano attenzione. Tra questi spiccano Ruaha, Nyerere come parte del Selous, Katavi, oltre a Gombe Stream e Mahale Mountains, insieme ad altri parchi nazionali e riserve.
Quanto tempo richiede un safari?
Con una buona pianificazione, in Tanzania si può vivere un grande safari in pochi giorni: dalle distese del Serengeti, attraversate dalla Grande Migrazione degli animali, al celebre cratere del Ngorongoro; dai paesaggi del Tarangire, dove le mandrie di elefanti si muovono tra i baobab, al Great Ruaha River, nelle cui acque si nascondono numerosi coccodrilli e ippopotami; fino ai fitti parchi forestali sulle rive del Tanganica, dove i ricercatori osservano gli scimpanzé da decenni.
Un buon safari richiede diversi giorni. Se si possono dedicare 2 settimane o più al viaggio, ancora meglio. Ogni grande parco nazionale merita alcuni giorni di permanenza, e dormire in direttamente all’interno del parco è una scelta di grande valore. In questo modo si può partire per il safari alle prime luci del mattino e di nuovo la sera, poco prima del tramonto. Sono i momenti in cui gli animali sono più attivi e vivaci. Molte delle scene più interessanti di interazione tra animali avvengono infatti al mattino e alla sera, quando non sono costretti a cercare pigramente riparo all’ombra per evitare il sole più duro.
L’incredibile varietà della flora e della fauna della Tanzania permette itinerari molto diversi. Se si ha la possibilità di restare in safari per più di 2 settimane, vale la pena coglierla. Theodore Roosevelt trascorse quasi 1 anno in Africa; Ernest Hemingway vi tornò 2 volte, e in entrambe le occasioni si trattò di viaggi lunghi.
Tutto ciò che desideravo, ora, era tornare in Africa. Non l’avevamo ancora lasciata, ma quando mi svegliavo nella notte restavo disteso ad ascoltare, già preso dalla nostalgia.
Ernest Hemingway, «Verdi colline d’Africa»
Che cosa aspettarsi da un safari in Tanzania?
Un safari si compone di 3 elementi: le uscite a bordo del veicolo safari, il riposo in uno degli hotel nelle vicinanze e i trasferimenti tra l’hotel e il parco nazionale. Una buona pianificazione consente di ridurre al minimo i tempi di trasferimento, lasciando più spazio alle attività principali o al riposo.
In genere è consigliabile restare nello stesso parco per almeno 3 giorni, idealmente 5. In questo modo si può cogliere il meglio di ciò che il parco offre, raggiungendo anche luoghi interessanti che spesso sfuggono ai viaggiatori di passaggio.
Nella scelta degli hotel, consigliamo di prestare attenzione non tanto al numero di stelle o ai dettagli degli interni, quanto alle condizioni specifiche che si desiderano per il soggiorno. La posizione è un fattore decisivo. Un lodge situato all’interno di un parco nazionale spesso risulta preferibile persino a un hotel di lusso nella città più vicina. Ridurre al minimo il tempo nei trasferimenti permette di vivere di più la natura spettacolare della Tanzania. Trovarsi nel cuore del parco alle prime ore del mattino ha un valore enorme. E l’impressione complessiva, alla fine del safari, nasce proprio dalla somma di questi singoli momenti.
Una giornata ideale di safari può essere descritta così: gli ospiti si svegliano presto, fanno una doccia e raggiungono il parco a bordo del veicolo safari, portando con sé il lunch box. In questo modo è possibile osservare la caccia mattutina dei predatori e molti animali fermi o sdraiati sulla strada o nei pressi, prima dell’arrivo di decine di altri veicoli safari. Poco dopo, i visitatori possono fare colazione all’aperto in una delle aree picnic del parco. La mattinata prosegue con altre uscite, poi si rientra al lodge per il pranzo. Dopo pranzo, mentre fuori fa caldo, gli ospiti riposano nelle camere fresche; nel pomeriggio ripartono per il safari. Incontrano di nuovo molti animali diversi, scattano belle fotografie e rientrano al lodge quando scende il buio. La sera si conclude con una cena piacevole, momenti all’aperto in un’atmosfera raccolta e il riposo prima della notte.
Qual è il periodo migliore per fare un safari?
La Tanzania è straordinaria perché si trova vicino all’equatore e comprende diverse regioni geografiche. Questo significa che si può viaggiare in qualsiasi periodo dell’anno, purché non si abbia un obiettivo molto specifico, come osservare le antilopi durante l’attraversamento dei fiumi del Serengeti, che avviene tra giugno e agosto durante la Grande Migrazione. In ogni caso, il clima e le condizioni meteorologiche della Tanzania permettono di osservare la vita animale quasi tutto l’anno.
Se le stagioni delle piogge destano qualche preoccupazione, possiamo rassicurare i nostri viaggiatori: oggi in Tanzania la distinzione tra periodi piovosi e secchi è piuttosto relativa. In ogni caso, la pioggia raramente impedisce ai nostri ospiti di godersi un safari. Inoltre, la cosiddetta stagione delle piogge ha molti vantaggi, tra cui l’assenza di grandi flussi turistici lungo i percorsi più frequentati dei parchi e tariffe alberghiere più basse.
Se desideri iniziare a pianificare il tuo safari nel cuore dell’Africa, consulta i programmi safari di Altezza Travel. Accanto ai numerosi itinerari già disponibili, un programma su misura può essere ancora più adatto. Contatta i nostri manager e chiedi loro di costruire l’itinerario più indicato per te. Possono essere utili anche 2 brevi articoli con consigli pratici: su come prepararsi a un safari in Tanzania e su che cosa portare con sé durante il viaggio.
Non esitare a farci domande e, se lo desideri, chiedici di ampliare il tuo programma safari: la Tanzania ha molto da offrire. Ti aspettiamo in safari.
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