Montagne rocciose altissime, in apparenza inespugnabili, con cime innevate che suscitano meraviglia nei viaggiatori e un misto di attrazione e timore negli alpinisti professionisti. Chi le affronta sa che cosa lo attende: settimane, talvolta mesi, lungo pendii percorsi al limite delle capacità umane, con un rischio reale per la vita. Tutto per pochi minuti, intensissimi, in uno dei punti più alti e quasi irraggiungibili del pianeta.
Spoiler: in cima alla lista non c’è il monte Everest. È la montagna più alta, ma è lontana dall’essere la più difficile e pericolosa. Se si osserva il rapporto tra decessi e vette raggiunte, le probabilità di conquistare l’Everest sono molto più alte rispetto ad alcune altre montagne presenti nella nostra selezione.
Che cosa rende una montagna la più difficile e pericolosa da scalare?
La risposta dipende da molti fattori. Non è sempre la montagna più alta, più remota o più ripida. A volte accade il contrario: accessibilità logistica, popolarità tra i turisti e un’apparente sicurezza o facilità dell’ascesa possono tradursi in tassi di mortalità più elevati. Al contrario, affrontare alcuni colossi delle «Sette Vette», come la scalata del Kilimangiaro (5.895 metri), presenta tassi di mortalità quasi nulli e una percentuale di successo in vetta vicina al 100%.
Geografia naturale e condizioni meteorologiche
Le montagne costiere, soprattutto quando si trovano a latitudini estreme, sono segnate da un meteo imprevedibile. Pioggia, temporali e venti di tempesta possono trasformare in pochi istanti una salita tecnicamente semplice in una spedizione pericolosa.
Anche la scelta della via ha un ruolo decisivo. Sul versante nord dell’Eiger, per esempio, il sole arriva pochissimo; il famigerato versante Rupal del Nanga Parbat, invece, offre agli alpinisti il vantaggio del calore e la possibilità di asciugare abiti e attrezzatura.
Altezza assoluta e pendenza
Alcune montagne presentano caratteristiche che richiedono arrampicata tecnica impegnativa ad alta quota. Una grande parete rocciosa situata a bassa altitudine può risultare gestibile; a 8.000 metri, invece, diventa un ostacolo quasi insormontabile.
Anche il grado di pendenza è cruciale. Una via o una montagna ripida, indipendentemente dall’altitudine, aumenta in modo significativo i tempi di ascesa, lo sforzo fisico e il rischio. Un esempio emblematico è il «miglio più lungo della Terra»: gli ultimi 300 metri prima della vetta dell’Everest.
Infrastruttura
Le montagne con una via chiara e prevedibile sono molto diverse, per complessità, da quelle che richiedono competenze avanzate di arrampicata tecnica. Scalare Baintha Brakk e Cerro Torre [spoiler] richiede, per esempio, capacità evolute di arrampicata mista, inclusi ghiaccio, big wall e arrampicata artificiale.
Quali sono le montagne più difficili e pericolose da scalare al mondo? La nostra Top 12.
12. Monte Washington
Può sorprendere che una montagna alta 1.916 metri entri nella lista delle più difficili e pericolose del mondo. Eppure è così. Questa montagna, che a prima vista sembra poco più di una grande collina, ha causato più vittime di molte cime ben più alte e imponenti.
Il monte Washington si trova nel New Hampshire, negli Stati Uniti. Celebre per venti da uragano, improvvisi cambiamenti del tempo e grandine estiva, ha provocato oltre 150 morti dal 1849, anno d’inizio delle registrazioni. Spesso i decessi sono legati all’atteggiamento superficiale di turisti impreparati ai mutamenti meteorologici. Nicholas Howe, autore di «Not Without Peril: 150 Years of Misadventure on the Presidential Range of New Hampshire», osserva che molte persone «non capiscono la differenza tra il clima di Boston e quello delle montagne».
In vetta la temperatura può scendere fino a quasi -50 °C. Un altro dato notevole: dal 1934 al 1996 detenne il record mondiale per la più alta velocità del vento, 372 km/h. Secondo il Mount Washington Avalanche Center, ogni anno vengono condotte circa 25 operazioni di soccorso. E questo nonostante i turisti possano raggiungere la vetta in funivia.
11. Cerro Torre
Il Cerro Torre, montagna relativamente piccola dell’Argentina, è una torre di roccia rivestita di ghiaccio che si innalza verso il cielo fino a 3.128 metri. Per la sua architettura minacciosa è giustamente considerato uno degli obiettivi più impegnativi della Terra.
Gli alpinisti che tentano l’ascesa del Cerro Torre devono affrontare tratti verticali e strapiombanti, alternando in una finestra meteo molto breve arrampicata su roccia e arrampicata su ghiaccio. A causa del clima costiero della Patagonia meridionale, venti violenti e tempeste improvvise possono durare diversi giorni.
La mortalità sulla montagna è documentata solo in pochi casi privati. Per il Cerro Torre non esistono statistiche affidabili. A richiamare l’attenzione è piuttosto il mistero della prima salita in vetta.
Nel 1959 l’alpinista italiano Cesare Maestri dichiarò di aver scalato con successo la montagna. Il suo compagno Toni Egger, secondo il racconto, cadde e morì durante la discesa, insieme alla macchina fotografica che conteneva le prove della spedizione riuscita. Molti non credettero alla versione di Maestri e i successivi tentativi falliti di conquistare il Cerro Torre, conclusi con nuove vittime, rafforzarono i dubbi. Più tardi fu ritrovato il corpo di Egger, ma con lui non c’era alcuna macchina fotografica.
Nel 2015 l’alpinista professionista e guida alpina Rolando Garibotti ha studiato la fotografia scattata da Maestri durante quella spedizione. L’italiano sosteneva che l’immagine mostrasse Toni Egger «mentre arrampicava sulle placche inferiori del Cerro Torre». Garibotti scoprì invece che la foto era stata scattata sul lato opposto del massiccio. Anche ammettendo che stessero cercando in quel punto una via più facile verso la vetta, l’immagine contraddice i racconti precedenti di Maestri. Il dibattito, tuttavia, continua ancora oggi.
10. Baintha Brakk
Ora lo sguardo si sposta in Pakistan, al monte Baintha Brakk, a 7.285 metri di quota. Il suo posto tra le montagne più difficili e pericolose non dipende dal numero di morti, né soltanto dai racconti degli alpinisti esperti, e nemmeno dal suo nome inquietante, «Man-Eater». La cima è tristemente celebre per le vie estremamente impegnative e per il fatto di essere stata conquistata solo 3 volte.
La prima ascesa riuscita risale al 1971. Durante il rientro, uno dei primi salitori, Doug Scott, si ruppe entrambe le gambe; il suo compagno Chris Bonington si fratturò 2 costole e contrasse una polmonite. Nonostante tutto, riuscirono a raggiungere il campo base nel pieno di una forte tempesta e tornarono a casa vivi.
Gli alpinisti riuscirono a ripetere quell’impresa solo nel 2001. La terza e più recente ascesa è del 2012. Più di 20 altre spedizioni non hanno avuto successo. Sebbene l’«Ogre» non abbia la reputazione di un luogo dove si muore in massa, anche i migliori alpinisti del mondo guardano questa montagna con profondo rispetto.
È una formidabile torre di granito, con pendii ripidi, ascese complesse e tempeste imprevedibili ad alta quota. Anche la via più favorevole diventa una vera lotta per la sopravvivenza.
9. Cervino
Ci spostiamo ora al confine tra Svizzera e Italia, ai piedi della più celebre vetta alpina, alta 4.478 metri. Il Cervino è un esempio lampante di come una montagna non estrema dal punto di vista tecnico possa diventare una delle più pericolose per la facilità di accesso all’alta quota e per l’elevato numero di alpinisti inesperti.
La prima ascesa di questa montagna fu compiuta nel 1865. Da allora, circa 600 decessi sono stati registrati qui, mentre altri alpinisti tentavano di ripetere quel successo. Ogni anno, tuttavia, migliaia di persone si avventurano sulle vie del Cervino, provocando nuovi incidenti con la propria imprudenza.
Secondo Zermatt, l’ente che gestisce l’omonima località turistica svizzera, sulla montagna muoiono in media 6 persone all’anno. Altre stime arrivano fino a 12. Durante l’estate si effettuano circa 40 operazioni di soccorso. Oltre al fattore umano, il pericolo della montagna deriva da rapidi cambiamenti del tempo, tempeste, alto rischio di valanghe e caduta di massi.
8. Monte Everest
Considerata la sua fama planetaria, si potrebbe pensare che l’Everest, noto anche come Chomolungma, Sagarmatha e «Tetto del mondo», debba guidare la classifica delle montagne estremamente difficili e più pericolose. Non è del tutto così.
Il gigante himalayano, al confine tra Nepal e Cina, detiene il titolo di montagna più alta sul livello del mare, con i suoi 8.848 metri. Tuttavia, se si considera il rapporto tra ascese riuscite ed esiti fatali, l’attuale tasso di mortalità oscilla tra l’1% e il 3,29%. Quest’ultimo dato è stato riportato dall’agenzia di analisi Statista nel maggio 2023. In passato, però, la situazione era diversa.
Come scrive nel suo blog l’alpinista americano Alan Arnette, che ha raggiunto la vetta dell’Everest 4 volte, dal 1922 al 1999 il tasso di mortalità era del 14,5%. È sceso ai livelli più bassi solo tra il 2000 e il 2023. Secondo l’Himalayan Database, a gennaio 2024 6.664 persone avevano raggiunto la vetta dell’Everest e 327 erano morte sui suoi pendii.
Circa il 59% dei decessi sulla montagna è dovuto a valanghe, crolli di ghiaccio, tempeste invernali e cadute dall’alto. Il restante 41% è meno immediato da interpretare: entrano in gioco mal di montagna, congelamento, insufficienza respiratoria, arresto cardiaco e altre conseguenze di condizioni ambientali estremamente severe. Le cause e le circostanze esatte di molte morti restano sconosciute; l’Everest è l’unico testimone.
Negli ultimi anni si è registrato un aumento degli incidenti legato al numero crescente di alpinisti. Le guide esperte ammettono che il carattere distintivo dell’Everest si è affievolito con la commercializzazione della montagna. Ciò che un tempo era un traguardo per pochi è diventato un’opzione per molti, con compagnie turistiche che vendono servizi a pagamento anche ad alpinisti relativamente inesperti. Si possono ingaggiare non solo guide, ma anche portatori incaricati di trasportare zaini, cucinare e monitorare la salute dei partecipanti. Eppure, la grande maggioranza resta comunque lontana dall’obiettivo.
Nonostante la sua popolarità, l’Everest rimane una delle montagne più difficili al mondo da scalare, con numerosi pericoli. Se decidi di affrontare questa spedizione, ecco a cosa devi prepararti:
- La spedizione dura circa 2 mesi. Servono fino a 2 settimane per raggiungere il campo base a 5.364 metri e 1 mese per l’acclimatazione;
- Durante l’ascesa gli alpinisti perdono in genere circa 10-15 kg;
- Ogni componente del gruppo deve avere una condizione cardiovascolare e fisica eccezionale. La via verso la vetta comprende lunghi e ripidi pendii di neve e ghiaccio che richiedono una resistenza estrema;
- Ad alta quota la temperatura dell’aria può scendere sotto i -60 °C con venti forti, mentre il contenuto di ossigeno è circa il 30% del normale;
- Il tratto più impegnativo è costituito dagli ultimi 300 metri, la spinta finale verso la vetta, nota come il «miglio più lungo della Terra». Per superarlo, gli alpinisti devono affrontare una parete rocciosa ripida e liscia;
- Il costo della spedizione varia da 40.000 a 90.000 dollari.
7. Dhaulagiri
Questo gigante di 8.167 metri si trova in Nepal, sul versante occidentale del famigerato Annapurna, ed è la 7ª vetta più alta del mondo. La montagna rientra certamente tra gli obiettivi di ogni alpinista professionista, ma per la maggior parte resta irraggiungibile.
La prima ascesa riuscita alla vetta del Dhaulagiri avvenne nel 1960. Da allora, più di 480 persone hanno ripetuto il successo lungo la stessa via. Nessuno, però, ha mai scalato la montagna dal versante sud. Anche il leggendario Reinhold Messner, primo uomo a raggiungere la vetta dell’Everest in solitaria e senza bombole d’ossigeno, fallì qui.
Sulla mortalità della montagna, i dati non sono univoci. Alcune fonti parlano di circa 70 morti, altre di 85 (a dicembre 2021), altre ancora arrivano a 140. Secondo l’Himalayan Database, nel 2021 il rapporto tra decessi e ascese riuscite era del 21,9%, mentre nel 2023 era del 13,5%.
Gli esperti sottolineano in particolare la forte pendenza dei versanti e il rapido aumento di quota fino a livelli estremi. Inoltre, il «programma» della spedizione include un alto rischio di valanghe e un meteo imprevedibile.
6. Kangchenjunga
Il nostro viaggio prosegue nell’Himalaya, al confine tra India e Nepal. La vetta del Kangchenjunga raggiunge gli 8.568 metri, ed è la 3ª montagna più alta del mondo. La mortalità oscilla tra il 15% e il 22%, con oltre 50 persone morte sui suoi versanti. Ma non è solo per questa percentuale a 2 cifre che la montagna entra nella nostra lista.
Osservando il numero di casi fatali sulle pendici più pericolose del mondo, si nota che con il tempo tende a diminuire, grazie alla maggiore conoscenza dei tratti estremi, alla crescente professionalità degli alpinisti e alle attrezzature moderne. Il Kangchenjunga, però, fa eccezione.
Dal punto di vista tecnico, secondo gli esperti, la montagna non appartiene al grado massimo di difficoltà. A rendere pericoloso il percorso verso la vetta, raggiunta meno di 300 volte, sono l’altitudine e le condizioni climatiche. Meteo estremamente variabile, valanghe e cadute di massi costanti, rischio di carenza d’ossigeno in alto o di perdere l’appoggio su un pendio di 45-50 gradi durante la discesa — tra le cause di morte più comuni — fanno del Kangchenjunga una delle montagne più pericolose del pianeta.
5. Monte Bianco
La montagna più alta d’Europa ha una storia di ascese e incidenti imponente, persino scioccante. Tutto iniziò nel 1786, quando Jacques Balmat e Michel Paccard raggiunsero per primi la vetta del Monte Bianco, a 4.808 metri. Fu un evento destinato a segnare la nascita dell’alpinismo moderno.
Oggi la montagna al confine tra Italia e Francia è una delle più frequentate al mondo, con circa 20.000 persone che la scalano ogni anno. Proprio la sua popolarità e la percezione di una salita relativamente facile la rendono una delle più pericolose: in alta stagione fino a 300 alpinisti al giorno tentano la vetta, mentre i servizi di soccorso effettuano in media 12 interventi per weekend. Vie affollate e imprudenza causano circa 100 morti all’anno sul Monte Bianco.
Oltre al numero enorme di alpinisti esperti e non qualificati, un’altra causa di molti decessi è rappresentata da cadute di massi e valanghe. Gli alpinisti devono attraversare imponenti placche di ghiaccio con fessure e crepacci, rese pericolose dal caldo che provoca scivolamenti di neve. Un altro punto letale della montagna è il «Couloir del Goûter», noto anche come «Corridoio della morte». Questo tratto obbligato della via normale espone a un alto rischio di caduta di massi. Ogni anno, in questo punto, muoiono circa 4 alpinisti.
4. Eiger
Ci spostiamo ora in Svizzera, dove l’Eiger, alto 3.967 metri, domina il piccolo villaggio di Kleine Scheidegg nelle Alpi Bernesi. Gli alpinisti lo conoscono soprattutto per la Parete Nord (in tedesco, Nordwand), soprannominata Mordwand («Muro assassino») per la sua cupa storia.
La Parete Nord è un’enorme parete fratturata alta 1.800 metri, che gli alpinisti devono affrontare al freddo, con meteo in rapido cambiamento e un forte rischio di caduta di rocce e ghiaccio.
La prima ascesa dell’Eiger lungo il più sicuro versante ovest fu compiuta nel 1858 da Christian Almer, Peter Bohren e Charles Barrington. Furono necessari altri 80 anni perché gli alpinisti riuscissero a conquistare la Parete Nord. In totale, almeno 64 alpinisti sono morti tentando di raggiungere la vetta.
Nonostante il numero crescente di spedizioni riuscite negli ultimi anni (circa 700 in totale), la montagna resta tra le più pericolose. L’alpinista britannico Kenton Cool, che ha raggiunto alcune delle cime più alte del mondo, ha descritto la Nordwand così:
«Questa montagna è una delle grandi salite alpine d’Europa. Ha una via molto famosa sulla parete nord, ma è anche notoriamente pericolosa. È stata una delle ultime grandi parti delle Alpi a essere risolta (salita per la prima volta nel 1938). L’ho scalata un paio di volte: con buone condizioni è magnifica, ma ha un proprio sistema meteorologico e può diventare molto pericolosa in pochissimo tempo».
3. Nanga Parbat
Di nuovo in Pakistan, dove si trova la 9ª montagna più alta del mondo. Ma non sono i suoi 8.126 metri a renderla una delle più pericolose. La via verso la vetta corre lungo una cresta stretta e, sul lato meridionale, si apre la parete Rupal: la più grande parete di roccia e ghiaccio della Terra, alta quasi 5.000 metri, capace di spingere anche gli alpinisti più esperti al limite fisico. Per questo il Nanga Parbat [«Montagna nuda»] si è guadagnato nomi come «Man Eater» e «Killer Mountain».
La prima ascesa riuscita lungo una via più sicura fu compiuta da Hermann Buhl, membro della spedizione austro-tedesca, nel 1954. Prima di allora il Nanga Parbat aveva già causato la morte di almeno 31 alpinisti.
La parete Rupal, con una pendenza variabile tra 40 e 90 gradi, fu conquistata solo nel 1970. Da allora, solo pochi hanno ripetuto il risultato. Le ascese riuscite alla vetta restano rare. Fino al 1990 il tasso di mortalità sulla montagna raggiungeva il 77%; oggi oscilla tra il 20,7% e il 22%, con oltre 60 vittime.
Un altro fattore che contribuisce alla difficoltà della montagna è il meteo. Il Nanga Parbat si trova nell’Himalaya occidentale, circondato da montagne più basse. Per questo è esposto a venti di burrasca e a condizioni meteorologiche estremamente mutevoli.
2. K2
La seconda montagna più alta del mondo, l’ottomila più settentrionale del pianeta, si trova al confine tra Pakistan e Cina e raggiunge gli 8.611 metri. Conosciuto come Karakoram 2, K2, Chogori e «Savage Mountain», non dispone di statistiche affidabili sulle ascese, ma è al 2° posto per mortalità dopo l’Annapurna, il che lo rende la seconda montagna più letale al mondo.
Gli alpinisti descrivono il K2 come una gigantesca piramide di ghiaccio, neve e roccia. La via più facile verso la vetta comporta l’attraversamento di ghiacciai e l’arrampicata su rocce ripide, tra temperature estreme, venti forti, nevicate e carenza di ossigeno. Alcune compagnie organizzano ascese combinate del K2 e del vicino Broad Peak, un altro formidabile ottomila.
Uno dei tratti più pericolosi della montagna è il «Bottleneck». Qui gli alpinisti devono superare una formazione di ghiaccio strapiombante, con blocchi instabili che spesso crollano trascinando con sé chi sta salendo. Nonostante ciò, questa è la via più rapida per la vetta, perché riduce il tempo trascorso nella «zona della morte»: quote intorno agli 8.000 metri, estreme per il corpo umano.
Il K2 è più letale dell’Everest?
Sì, decisamente. La maggior parte degli analisti colloca il K2 al 2° posto per mortalità tra gli ottomila, con un tasso vicino al 23-25%.
Qual è la montagna più difficile da scalare al mondo?
Il tema è discusso tra gli alpinisti, ma il K2 viene spesso indicato come la montagna più difficile da scalare al mondo, oltre che una delle più pericolose.
Alan Arnette, già citato, afferma che oltre 90 persone sono morte tentando di scalare il Karakoram 2. Descrive la propria ascesa del K2 come una prova durissima. Secondo lui, lo sforzo fisico è talmente severo che gli alpinisti arrivano a una fame e a una stanchezza tali da non riuscire nemmeno a mangiare o dormire.
Ha inoltre annunciato per il 2024 l’uscita di un libro intitolato «Climbing for a Cause: K2 with a Purpose». Tra i film, segnaliamo il documentario «K2 - The Most Dangerous Mountain in the World». Racconta il tentativo di raggiungere la vetta senza ossigeno supplementare da parte di alpinisti noti come Eddie Bauer, Adrian Ballinger e Carla Perez, insieme al fotografo Esteban Mena. Due dati tratti dal film:
- Più persone sono state nello spazio che sulla vetta del K2;
- Per ogni 4 persone che hanno raggiunto la vetta e sono sopravvissute, 1 è morta.
Il punto più oscuro nella storia della montagna fu l’agosto 2008. 11 alpinisti di diversi gruppi morirono sul pendio e altri 3 rimasero feriti. Le circostanze complete della serie di incidenti mortali e della valanga restano ancora sconosciute.
1. Annapurna
Torniamo ora in Nepal, davanti a un’altra «montagna assassina», quella che guida la nostra classifica.
Qual è, dunque, la montagna più pericolosa da scalare al mondo?
La montagna più pericolosa da scalare al mondo è l’Annapurna, tristemente noto per il suo altissimo tasso di mortalità tra gli alpinisti.
L’Annapurna, 10ª montagna più alta del mondo (8.091 metri), ha forse la storia alpinistica più cupa, le statistiche di mortalità più elevate e innumerevoli avvertimenti rivolti agli inesperti: non tentare la vetta. Partiamo dall’inizio.
- Nel 2012 la montagna era stata salita da 191 alpinisti, con almeno 61 decessi (52 durante l’ascesa e 9 durante la discesa).
- Nel 2014 una tempesta di neve colpì l’Annapurna e l’area circostante, provocando valanghe e causando la morte di 43 persone. Non si sa quante si trovassero sul pendio in quel momento, ma fonti successive parlano di almeno 72 morti sulla montagna.
- A maggio 2023 il tasso di mortalità era del 27,2%. Tra gli ottomila, la montagna occupa il 1° posto per questo indicatore.
L’Everest, che è 800 metri più alto, è stato salito da oltre 6.000 persone, mentre nella storia registrata solo poche centinaia hanno raggiunto la vetta dell’Annapurna. Le sue vie sono alla portata solo dei migliori alpinisti al mondo. Per questo le compagnie internazionali che organizzano spedizioni private consigliano, nelle sezioni dedicate all’Annapurna dei propri siti, di limitarsi alla visita delle teahouse nell’area del Khopra Ridge.
Perché l’Annapurna è così pericoloso?
Che cosa rende l’Annapurna così pericoloso? Quasi tutto. Tratti rocciosi ripidi e quasi impraticabili, meteo imprevedibile, alto rischio di tempeste, valanghe e basse temperature in quota. Anche la distanza della montagna dai centri abitati ha un peso decisivo: in caso di emergenza è impossibile raggiungere rapidamente un luogo sicuro o ricevere soccorso immediato. Non è una montagna da sottovalutare.
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