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Pilastri di pietra di Isimila

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Tra i fenomeni naturali più insoliti del pianeta ci sono i pilastri di pietra della korongo della valle di Isimila, alte colonne naturali di diversi metri nel sud della Tanzania, in Africa orientale. Camminando ai loro piedi, viene spontaneo chiedersi come la natura abbia potuto modellare forme tanto sorprendenti. Oltre alla sua bellezza scenografica, questo sito è noto per i preziosi ritrovamenti archeologici emersi proprio qui. È il momento di partire per un nuovo viaggio con Altezza Travel.

I misteriosi pilastri di pietra di Isimila

Quando ci si trova nel canyon, con i pilastri di arenaria giallo-bruna che si innalzano tutt’intorno, è difficile non restare colpiti dalla bellezza e dall’ingegno delle forze naturali che hanno creato queste complesse opere di pietra. Poi, quasi subito, nasce un’altra domanda: si è davvero in Africa? Pensando all’Africa vengono spesso in mente le savane infinite punteggiate di acacie, i bacini dei fiumi tropicali e gli affioramenti rocciosi da cui i leoni osservano il proprio territorio. A queste immagini si aggiungono i vasti deserti e, naturalmente, l’imponente Kilimangiaro, con i suoi ghiacciai bianchi. Ma un canyon nato al posto di un lago prosciugato? Probabilmente non è ciò che ci si aspetta di incontrare qui.

Forse “canyon” è una parola troppo altisonante. Viene subito in mente il Grand Canyon in Arizona, negli Stati Uniti, scavato dal fiume Colorado. Oppure il Cotahuasi, in Perù, il canyon più profondo del mondo, che supera i 3.300 metri. La profondità di Isimila è più contenuta: i pilastri raggiungono al massimo 30 metri di altezza. Per analogia, si potrebbe pensare piuttosto a Phae Mueang Phi in Thailandia o alla serba «Città del Diavolo». Forse sarebbe più corretto parlare di gola. Eppure questa formazione geologica resta davvero fuori dal comune. La parola più precisa è korongo, che indica appunto una gola modellata dall’erosione.

Che cos’è Isimila e dove si trova? È una valle distesa nella parte meridionale della Tanzania, tra 2 parchi nazionali, i monti Udzungwa e Ruaha, nella regione dal nome suggestivo di Iringa. Si trova a 20 chilometri dall’omonima città di Iringa, vicino al villaggio di Ugwachanya. La parte più notevole della valle è formata dalle profonde gole scavate nell’arenaria. Si può camminare tra queste formazioni osservando dall’alto i pilastri naturali dalle forme bizzarre, risultato di un lunghissimo processo di erosione. Un tempo qui c’era un lago; in seguito si prosciugò e i venti continuarono a erodere la roccia.

Oggi si può sostare sul fondo del canyon e alzare lo sguardo verso magnifiche colonne di arenaria alte 20 o 30 metri. La sensazione è quella di trovarsi in un museo, tra opere create da abili artigiani giganti vissuti in tempi remoti. Un lungo corridoio naturale invita alla camminata e, lungo il percorso, appaiono pareti verticali di arenaria, alcune con piccole grotte inaccessibili sospese in alto. A tratti sembra di essere arrivati a un vicolo cieco, senza via d’uscita; poi, dietro una curva nascosta, si apre il passaggio verso la galleria successiva.

È interessante notare che i pilastri sul fondo dell’antico letto fluviale non sono l’unico motivo di interesse di Isimila. Nei dintorni è stato scoperto un sito legato ad antichi Gli Hominidae, o ominidi, sono una famiglia dell’ordine dei primati che comprende il genere umano e i suoi antenati estinti, oltre a 3 generi di grandi scimmie antropomorfe moderne: oranghi, gorilla e scimpanzé. . Si trattava di antenati diretti dell’uomo moderno oppure dei loro parenti più prossimi. Isimila è riconosciuta dagli archeologi come sito di importanza internazionale, e le scoperte più rilevanti sembrano ancora da venire. Finora il luogo ha restituito affascinanti resti fossilizzati di animali estinti e alcuni tra i più antichi utensili manuali dei preumani: asce in pietra sfaccettata, di granito e quarzite.

Ancora oggi si sa poco dei primi ominidi vissuti al di fuori della La Grande Rift Valley, o Rift dell’Africa orientale, è una grande formazione geologica riconoscibile attraverso le montagne dell’Africa orientale, come i vulcani di Ol Doinyo Lengai, il Kilimangiaro e l’altopiano del Ngorongoro. Le placche tettoniche continuano a muoversi lentamente e gli spazi tra di esse si stanno riempiendo d’acqua ancora oggi: il Mar Rosso, i laghi Vittoria, Tanganica e altri. Questo processo finirà per trasformare l’Africa orientale in un’isola nell’Oceano Indiano.

La gola di Olduvai, nel nord della Tanzania, divenne celebre per gli importanti ritrovamenti archeologici degli anni Sessanta, in particolare i crani dei primi ominidi appartenenti alla linea evolutiva dell’uomo moderno. A Isimila, invece, gli studiosi si stanno appena avvicinando a possibili scoperte di grande rilievo. Scavi e ricerche sono in corso, ma non ancora su una scala tale da produrre progressi decisivi nella comprensione di come i nostri antenati, provenienti dalla Rift Valley dell’Africa orientale, si siano diffusi nel continente.

Forse l’assenza, per ora, di scavi su larga scala è persino un vantaggio per i visitatori: oggi hanno libero accesso al sistema di canyon di Isimila, dove possono osservare da vicino i maestosi pilastri naturali e fotografarli con grande effetto.

Chi furono i primi esploratori di Isimila?

Nel 1951, 2 viaggiatori, il signor Maclennan, insegnante di Johannesburg, e il suo amico signor Lilly, stavano viaggiando verso sud lungo la Great Northern Road era il nome dato alla Cape to Cairo Road, che le autorità britanniche intendevano costruire attraverso i loro territori coloniali africani. Una strada asfaltata e una linea telegrafica avrebbero così dovuto attraversare tutta l’Africa da nord a sud.
La strada fu proposta per la prima volta nel 1874. Il primo tentativo di percorrerla terminò con un fallimento nel 1914, quando il capitano Kelsey fu ucciso da un leopardo lungo il tragitto. Nel 1924 fu completata la prima spedizione riuscita: 2 autocarri leggeri percorsero strade sterrate per 1 anno, 4 mesi e 1 giorno. In seguito iniziò la costruzione di strade asfaltate attraverso gli attuali Egitto, Sudan, Etiopia, Kenya, Tanzania, Zambia, Zimbabwe, Botswana e Sudafrica. Il punto centrale del tracciato si trovava nella città di Arusha, in Tanzania. A metà degli anni Cinquanta la costruzione fu interrotta a causa della caduta del regime coloniale.
Oggi l’antica idea viene realizzata gradualmente, ma questa volta dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Banca Africana di Sviluppo. Nella rete autostradale transafricana in costruzione, questo itinerario, con piccole modifiche, è incluso come Trans-African Highway 4, o Cairo-Cape Town Highway, ed è lungo 10.228 chilometri.
A sud di Iringa, vicino a una piccola città del Tanganica era il nome del territorio dell’Africa orientale sotto dominio britannico dal 1919 al 1961. In seguito divenne la parte continentale della Tanzania. fondata dai tedeschi, notarono una gola dalla forma insolita. Ne rimasero colpiti, e la scoperta attirò rapidamente l’attenzione degli studiosi. Fu così che uno dei siti archeologici più interessanti del pianeta divenne noto al mondo moderno.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, gli scienziati lavorarono qui per studiare la geologia e la geomorfologia della regione. In quel periodo furono rinvenuti centinaia di strumenti in pietra appartenenti alla cosiddetta cultura acheuleana: amigdale, raschiatoi, coltelli, dischi, chopper e altri utensili per tagliare le carcasse, oltre a strumenti usati nelle attività quotidiane in epoche in cui gli antenati dell’umanità stavano scoprendo il lavoro. Si ipotizzò subito che i reperti avessero circa 260.000 anni. Oggi, osservando l’aspetto dei manufatti, gli studiosi stimano che possano avere tra 75.000 e 300.000 anni, ma anche queste datazioni restano molto approssimative.

Oggi nuove ricerche mirano a chiarire la datazione degli antichi strumenti riportati alla luce in questo sito. Gli scienziati prelevano campioni di vari sedimenti nell’area e utilizzano tecniche di analisi moderne per capire dove i primi esseri umani ricavassero il materiale per le loro asce e i loro coltelli. Solo allora sarà possibile stabilire con maggiore precisione l’età degli utensili.

Oltre ai manufatti della cultura acheuleana, a Isimila gli studiosi hanno trovato fossili di animali antichi, per esempio della specie estinta di ippopotamo gorgops. Altri ritrovamenti comprendono fossili di specie oggi estinte di suini e di giraffe, queste ultime con il collo più corto rispetto agli animali moderni.

I principali ricercatori del sito furono il geologo Francis Clark Howell, autore di un rapporto dettagliato nel 1962, e il celebre archeologo Louis Leakey, che studiò i fossili degli animali antichi. Tuttavia, nel luogo di questo antico insediamento non sono mai stati condotti studi approfonditi, né tantomeno veri scavi su larga scala. Per questo il sito dell’Età della Pietra di Isimila resta di grande interesse per gli archeologi, e gli studiosi hanno ancora più domande che risposte sulla vita degli antichi abitanti di Isimila.

Come si sono formate le colonne di Isimila?

La formazione dei pilastri è ben studiata e compresa dagli specialisti. Tra 300.000 e 400.000 anni fa, nell’area dell’attuale canyon si trovava un lago alimentato da corsi d’acqua. Ma il clima di questa parte dell’Africa stava cambiando e diventava più secco. Il lago si prosciugò gradualmente, mentre le acque erodevano lentamente la roccia. Il materiale più tenero si sgretolò, lasciando in piedi colonne composte da strati geologici più resistenti. 2 processi procedevano in parallelo: l’erosione e il trasporto del materiale, seguito dal suo deposito altrove. Così si formarono solchi, gole e valli.

Quando il lago si prosciugò del tutto, la korongo iniziò a essere modellata dal vento, che levigava le creste e gli archi di arenaria già formati. Molte parti sono crollate gradualmente. Nacquero così i pilastri isolati, con la roccia tutt’intorno dilavata, sgretolata e consumata dagli agenti atmosferici. Il processo, naturalmente, è ancora in corso; tuttavia è abbastanza lento da permettere anche alle generazioni future di osservare queste insolite sculture naturali.

Oggi il territorio della korongo di Isimila è gestito dall’Amministrazione dei Parchi Nazionali della Tanzania ed è visitato da chi desidera vedere con i propri occhi questa meraviglia naturale: magnifiche colonne di arenaria che si innalzano sul fondo di un antico lago prosciugato millenni fa.

Passeggiata nell’Età della Pietra a Isimila: come si svolge il tour?

Dopo 15 minuti di auto verso sud da Iringa, i visitatori svoltano in corrispondenza dell’indicazione per l’Isimila Stone Age Site and Natural Pillars. La strada diritta tra i campi conduce direttamente al museo omonimo. Qui sono esposti diversi esempi di antichi strumenti in pietra e ferro, insieme a oggetti moderni dell’arte locale dell’intreccio dei cesti, considerata una delle espressioni culturali più note del popolo Hehe che vive in questa regione.

Nel museo si trovano fotografie che raccontano la vita e i mestieri degli Hehe. Una parte dell’esposizione è dedicata alla guerriglia combattuta dagli Hehe contro i coloni tedeschi negli anni Novanta dell’Ottocento. I tedeschi reprimevano con brutalità le ribellioni dei popoli del sud, considerati indocili, in quella che allora era l’ Africa Orientale Tedesca era il nome della colonia tedesca in Africa che comprendeva i territori degli attuali Tanzania, Mozambico, Burundi e Ruanda. Esistette dal 1885 al 1918; dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, i tedeschi si ritirarono dalla regione e i territori coloniali passarono sotto il protettorato britannico, più flessibile nei rapporti con la popolazione locale. In risposta, gli Hehe organizzarono attacchi efficaci e una volta riuscirono persino a conquistare una fortezza con le armi, uccidendo un paio di centinaia di tedeschi. La guerriglia fu guidata dal capo Mkwawa, considerato un eroe nazionale in Tanzania. È interessante notare che la stessa città di Iringa, vicino a Isimila, fu fondata dall’esercito tedesco proprio per reprimere gli Hehe.

All’Isimila Stone Age Site Museum si trovano anche diversi pannelli dedicati alla storia degli studi geologici condotti a Isimila negli anni 2000, oltre ad alcune informazioni sull’evoluzione umana durante l’Età della Pietra. Homo sapiens, la specie umana moderna, si formò proprio in quel periodo: per questo gli scienziati sono così interessati a comprendere i processi evolutivi avvenuti qui.

Al museo i visitatori si affidano a una guida per raggiungere insieme le torri di pietra nel bacino del lago prosciugato: senza accompagnamento è difficile orientarsi e non perdersi.

La guida conduce dal museo al canyon, mostrando una grande collezione di strumenti in pietra rinvenuti nell’antico insediamento ed esposti sotto una piccola struttura separata. Il tour prosegue poi fino all’inizio del sentiero che segue il fondo della korongo. Dal museo al punto di partenza del percorso servono 15 – 20 minuti.

Il sentiero comincia con una discesa nel canyon, sotto le linee elettriche. Già qui i pilastri di arenaria sono impressionanti. Le loro forme sono bizzarre e si distinguono i singoli strati di roccia attraverso cui i geologi ricostruiscono la storia della loro formazione. Alcuni pilastri ricordano pareti isolate, altri presentano aperture passanti che aiutano a intuire il lavoro delle forze erosive.

Il sentiero sul fondo della korongo forma un anello: completato il giro, i visitatori riemergono più o meno nello stesso punto da cui avevano iniziato il percorso. Ancora oggi l’acqua scorre sul fondo del canyon. La larghezza e la profondità del ruscello variano in base al periodo dell’anno: nei mesi piovosi l’acqua aumenta e, in alcuni punti, i corsi d’acqua vanno attraversati camminando sulle pietre.

Lungo il cammino, la guida racconta la storia della formazione di questo luogo e dei ritrovamenti effettuati nell’area. Le gole dalle pareti alte costituivano un recinto naturale comodo, dove la selvaggina poteva essere spinta e circondata. Potrebbe essere una delle ragioni per cui gli antichi scelsero di stabilirsi qui. Con ogni probabilità, gli scavi futuri porteranno alla luce molti altri elementi di interesse.

L’intera camminata richiede da 1 a 3 ore, a seconda del ritmo scelto. Il momento migliore per visitare la korongo di Isimila è il mattino, quando il sole non è ancora alto e la temperatura non è eccessiva. Sebbene nel canyon crescano arbusti e persino piccoli alberi, l’ombra è piuttosto scarsa.

Le strutture intricate dei pilastri
Le strutture intricate dei pilastri
Una parete di arenaria
Una parete di arenaria

A proposito, nel centro di Iringa si trova un museo interessante: Iringa Boma. È una bella struttura in pietra e mattoni, con tetto in tegole, costruita nel 1914. Qui si può dedicare un po’ di tempo ai campioni e agli oggetti esposti, che raccontano la storia della città e della regione. Gli appassionati di storia apprezzeranno i numerosi pannelli con materiali interessanti, fotografie e mappe sulla vita del popolo Hehe. Il museo occupa soltanto 3 piccole sale, ma per gli standard della Tanzania provinciale è molto ricco di informazioni e ben curato.

A Iringa Boma si trovano antiche armi tedesche, tra cui un cannone all’ingresso del museo, oltre a oggetti d’uso quotidiano: asciugamani tradizionali, mortai in legno con pestelli per macinare manualmente la farina, utensili da cucina e, naturalmente, il kalabash, recipiente tradizionale ricavato da una zucca essiccata. Sono esposti anche strumenti in pietra provenienti dal vicino insediamento antico e persino una riproduzione in miniatura dei pilastri di Isimila. Il museo racconta inoltre il Parco Nazionale del Ruaha e i dintorni di Iringa.

La città è molto piacevole e merita almeno 1 giorno di visita. Il centro storico conserva la memoria dell’eredità tedesca: si possono vedere l’antico mercato tedesco, la stazione militare e l’ordinato cimitero militare. Non mancano elementi autenticamente tanzaniani di architettura e cultura: la via principale con la torre dell’orologio, presenza tradizionale nelle città della Tanzania, i monumenti dedicati alla Seconda guerra mondiale e alla La ribellione Maji Maji fu una sollevazione delle tribù locali, tra il 1905 e il 1907, contro i colonialisti tedeschi, che perseguivano una politica di sfruttamento brutale e oppressione della popolazione indigena in Africa orientale. La parola «maji» significa «acqua» in swahili: secondo un diffuso medium locale, la magia del maji-maji, acqua con olio di ricino e semi di miglio, avrebbe trasformato in acqua i proiettili tedeschi. La magia non funzionò, la rivolta fu repressa con brutalità dall’esercito tedesco e la popolazione locale fu poi piegata da una carestia che, secondo alcune stime, uccise fino a 300.000 persone. oltre a un monumento locale molto importante chiamato Kitanzini: un luogo con un albero dove i tedeschi impiccavano i guerrieri Hehe più ribelli per terrorizzare la popolazione. Ma anche al di là dei luoghi legati alla storia militare, Iringa è ricca di scorci interessanti e belle vedute: la città sorge sulle colline, e osservare i tetti delle case e le strade che si diramano in varie direzioni è un vero piacere.

Molte altre attrazioni naturali e culturali sono disseminate nei dintorni della città, e la mappa del museo Iringa Boma aiuta a individuarle. La visita al canyon di Isimila può essere abbinata a una sosta a Iringa. Il viaggio ne risulta molto più ricco, e i pilastri di pietra sul fondo di un bacino prosciugato da millenni diventano un ricordo intenso di un itinerario nel sud della Tanzania, nel cuore dell’Africa orientale, dove il genere umano iniziò la propria storia.

Pubblicato il 19 Novembre 2023
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Informazioni sull'autore
Yurii Bogorodskiy

Yuri, ricercatore e autore a tempo pieno per Altezza Travel, vive in Tanzania dal 2019. Ha esplorato molte delle sue destinazioni meno note, tra cui i Parchi Nazionali di Kitulo e Rubondo, il lago Vittoria, Zanzibar e numerosi siti storici, naturalistici e archeologici.

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